Rimango costantemente sorpreso da quanto sempre più le persone passino tramite l’esperienza social per la prova di qualcosa.
Si decide di frequentare qualcuno ma anche solo di incontrarlo come se si stesse valutando un prodotto, un viaggio, che so? guardando le foto, leggendo i commenti o chissà cosa. Voler in qualche modo inquadrare e avere la certezza che ne possa valer la pena o meno e ritenendo affidabile il mezzo.

Non si può sapere nulla di realistico di qualcuno che non si viva, tutto quello che si sa è soltanto una proiezione delle proprie aspettative: di sogni, paure, illusioni, speranze e tutto ciò è immancabilmente distorto, falso, approssimativo.
Addirittura ci si tedia o si gioisce, ci si arrabbia o rasserena e ci si nutre di tutte queste emozioni surrogate raccontandosi, illudendosi che invece quello che sente è reale, costruendoci sopra pseudo-relazioni virtuali.
Capisco che ci siano persone incapaci di esprimere i propri sentimenti, di vivere quella vita fatta di  incertezze, errori, traumi, che non riescono ad affrontare quell’incognita oltre lo smartphone. Per quel poco che posso aver capito mi sento di dire una cosa: lasciate perdere ciò che credete di sapere, non vivete di illusioni, non sprecate tempo inutilmente, entrate nella vita, sperimentate; guardate negli occhi le persone, osservate le loro espressioni, la gestualità, ascotlate la loro voce, il tono, sentite, se c’è, l’alchimia e usate i social come un mezzo sena hce diventino una condizione di vita.

Trovo che oggi la tecnologia metta disposizione mezzi incredibili per esprimersi dove l’unico vero limite è l’immaginazione; il problema nasce quando ci si dimentica che è un mezzo e lo si trasforma in un fine. Allora smette di essere un ponte tra noi e gli altri e diventa un modo per alimentare il proprio narcisismo e confinarci nella nostra solitudine, lasciando vivere solo ciò che ci compiace e ci tenga sempre ben al sicuro nella nostra zona di comfort.

Bisogna esser coraggiosi, bisogna osare, avere un pizzico di incoscienza, non c’è altro modo di vivere., altrimenti è sopravvivere.

Nascosti dietro quella maschera la domanda da porsi dovrebbe essere: quanto del meglio di me è venuto fuori quando sono stato al sicuro rispetto a quando mi sono trovato sull’orlo di un precipizio? quanto più ricettivi i miei sensi, quanto più facilmente il mio sguardo capace di abbracciare l’intero orizzonte se non dinanzi all’abisso?
Io stesso, come tutti gli uomini, temo l’abisso eppure dalle sue profondità, quando ho avuto il coraggio di affacciarmi – o mi ci sono ritrovato mio malgrado! – ne ho sempre ricevuto doni straordinari e grandi insegnamenti anche se a volte al prezzo di grandi delusioni.

Ma poi che considerazione si può avere di identità puramente virtuali? di quanti si nascondono dietro un profilo, che dicono di desiderare ma non hanno il coraggio di fare un passo nel mondo perché hanno sempre l’alibi del passato da cui sono rimasti in qualche modo feriti, delusi, ingannati, condizionati?

Tutti a questo mondo hanno dovuto fare i conti con il fatto che la vita non è tutta rose e fiori. Se non volete crescere quantomeno prendete coscienza che non vi va di farlo, sarebbe comunque un inizio.

Ma poi è credibile una vita dove non si rischia nulla? Esiste una vita dove non bisogna mettere in conto che c’è un prezzo da pagare, sempre, per qualunque cosa buona capiti? Non ci si può chiudee nella bolla pensando di costruirsi intorno un mondo senza inganni, che riconosca la propria virtù, il proprio buon cuore sulla parola, senza metterci mai la faccia, stando sempre ben riparati dietro quel dispositivo elettronico.

Nessuno potrà mai darvi le certezze che si desiderano, sottoscrivere un’assicurazione, che garantisca che le cose andranno come si è sognato. Diversamente sapete a cosa porta tutto ciò? alla compiacenza: perché ci saranno sempre persone disposte a dare quelle rassicurazioni – spesso false – pur di essere prese in considerazione, la cosa peggiore che possa accadere; perché se l’adulazione è il cibo degli sciocchi la compiacenza è il vino che ne accompagna i pasti.
La compiacenza è uno specchio che si mette dinanzi alle persone per nascondergli la realtà delle cose, per omettergli la loro inadeguatezza, per mantenerle ad uno stato di dipendenza pseudo-affettiva. La compiacenza rimanda i conti che ognuno deve fare con sé stesso e  con la realtà ma prima o poi la realtà lo presenta il conto, che piaccia o meno.
Non ci sono certezze, se qualcosa capita, puoi vivertelo considerando solo quello che qualcuno fa per te nella vita reale.
La realtà è una lotta quotidiana contro e per la concretezza: sogni, poesia, romanticismo sbocciano su questo terreno, su altri terreni fiorisce solo l’illusione o peggio l’inganno e danno vita a sogni apparentemente meravigliosi ma che in realtà sono solo morbose paranoie.

“Odio la vile prudenza che ci agghiaccia e lega e rende incapaci d’ogni grande azione, riducendoci come animali che attendono tranquillamente alla conservazione di questa infelice vita senz’altro pensiero
[Giacomo Leopardi]